Appunti sparsi di sopravvivenza alla fase dei capricci ovvero avere due gemelli è un gran casino

​​Sono spettatrice di un fenomeno meraviglioso e tragico assieme.

I Cinni stanno passando di livello, stile supersayan ma con meno super poteri e capelli a punta ossigenati.

Siamo passati alla fase “io esisto dunque comando io”, moltiplicato per due.

Hanno imbracciato le armi e al canto di “oh bella ciao” stanno tentando in coalizione di liberarsi di me (perché la tentazione di scappare alle Hawaii è veramente forte in questi momenti) a suon di capricci, ribellione, crisi isterica, testate.

Una sorta di pre-adolescenza a due anni e mezzo. Una figata, insomma.

Dopo l’iniziale sconforto e i relativi pianti da liceale chiusa in bagno a suon di “tu quoque, Brute, fili mi“, sono passata all’azione e ho interiorizzato qualche concetto di base che spero mi aiuterà a sopravvivere a questo livello del MammaGame.
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La noia, questa sconosciuta

Mi ci ha fatto pensare un post di EssereMammaOggi in cui questa deliziosa neo mamma si chiede come combattere la noia del suo bimbo di 2 mesi.
E meno male che si annoia!
È la prima cosa che mi è venuta in mente.

Che ormai sia una fobia, la noia, è chiaro a sufficienza, sfiora il lampante.
Sali su una metro e prova a contare quanti stanno leggendo, chattando, guardando un filmato sul tablet, lavorando. Durata del viaggio…dai 2 ai 20 minuti?
Vai dal medico e vedi in quanti si girano i pollici, guardando un vicino di seduta o chiacchierando amabilmente del tempo che fa o non fa piuttosto che giocare col cellulare o telefonare alla compagna di classe del liceo con cui non si parla da dieci anni. Io, uno che fissa il vuoto, non l’ho mai trovato.
Un conto è ottimizzare il tempo, spenderlo meglio, un conto è avere l’ansia dei buchi.
Ma cosa sono poi questi buchi?
Un momento di solitudine? Un attimo di riflessione in più? Non è che poi finisce che mi faccio delle domande esistenziali tipo troverò mai il lavoro della mia vita o il principe azzurro o un cioccolato bianco che fa dimagrire?

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La verità, vi prego, sulla vita coi gemelli

È dalla faccia corrucciata e tesa della ginecologa che mi disse “tesoro, qui ci sono due bambini” in poi che ho capito che sarebbero stati cazzi amari.
Che non è come quelle fantasie, quei film di testa che sfociano nelle frasi che mi sento dire spesso da altre madri tipo “deve essere dura con due”, “io non ce la faccio con uno figurati con due!”, “eeeeehhhh ma che beeeeeelli anche io li volevo due gemelli!” (Se, vabbè)
No, signore. Dimenticatevi quello che immaginate, ché la realtà supera di gran lunga la fantasia.

Come si allattano due gemelli? Come fai a tenerli in braccio se piangono tutte e due? E se vogliono la mamma e ti chiamano, invocano, pregano tutti e due? Ma dormono nello stesso momento? Se uno piange, piange pure l’altro? Ma giocano insieme? Vanno d’accordo? Ma come fai a fare la spesa con loro? Ti lavi? Come prepari da mangiare con loro due? Ma mangi? Ma come fai ad andare al mare? Ma come fai a distinguerli? (Sì, vi giuro, mi hanno chiesto anche questo e la tentazione di rispondere con “niente, signora mia, li annuso e poi li lecco, come i cani” è stata forte).

Non ce l’ho il manuale di istruzione, davvero.
Non lo so come ho fatto, faccio, farò.
È la cosa più difficile del mondo, fare il genitore, che prima mi sembrava una banalissima frase fatta e invece adesso l’ho capita tutta.
Una regola di base finora l’ho capita e ne ho fatto il mio mantra: sono due bambini diversi, piccoli nello stesso momento, due piccole persone con un piccolo mondo interiore ciascuno, una piccola dipendenza da te ciascuno.
Un casino totale, sì. Come quando hai un figlio.
Cambia tutto, sì. Come quando hai un figlio.
È difficile, sì. Come quando hai un figlio.

Perché quando ci sei dentro, balli.

Avrai quasi sempre un pannolino da cambiare, un biberon da preparare, una coccolare per calmare, un bavaglino brulicante vomito e saliva da sostituire.
Avrai attenzioni da dare, ciucci da cercare, disegni da fare, trenini da montare, macchinine da recuperare dietro al divano e il tutto possibilmente in contemporanea e, come sottofondo musicale, stereofonia di grida tutte intorno a te.
Avrai sempre due seggioloni per la pappa, due seggiolini in auto, un bambino dentro il carrello letteralmente e uno dove dovrebbe stare.
Avrai due palloni al parco, un passeggino doppio, due biberon in borsa, due fette di torta nel porta merenda.
Due lettini, due pigiamini, 20 magliette ché non puoi fare la lavatrice tutti i giorni.
Due giochi identici, due bocche che ti baciano, due occhi che ti scrutano e ti sfidano e ti spogliano di quello che pensavi di sapere.
Avrai tanto di quell’amore per tutti e due che non lo sapevi nemmeno di averne un barile così fondo, dentro.
Avrai tante di quelle bestemmie a fior di labbra che come si dice a Bologna “non vien giù l’ultima”.
Avrai tante di quelle paure, di quelle lacrime, di quelle insicurezze, di quei sensi di colpa, di quelle risate grasse, di quelle briciole in giro per casa, di quella felicità, di quella routine, di quella pace, di quel casino, di quel tutto che sembri scoppiare.

Esattamente come quando hai un figlio.
Esattamente come quando diventi mamma.

Tutto il resto è sapersi organizzare, è pianificare, è chiedere aiuto, è impegnarsi, è ingegnarsi, è non arrendersi al pianto in stereofonia, è informarsi, è tenere insieme tutti i pezzi, come si può, come lo sai fare, come l’istinto ti suggerisce.
Che se poi ci penso bene, anche tutto questo è esattamente diventare mamma.

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Quando non riesci ad essere slow

Oggi è una di quelle giornate.
È venerdì, iniziano le ferie del MegaManager, fra poco andremo al mare, volevo postarvi il consiglio vino della settimana, MA.
Ho la testa stanca, è stata una giornata media, non ho vere scusanti, solo che oggi non sono riuscita ad essere slow.
Mi sono arrabbiata con Alessandro, ho urlato, mi sono trattenuta a stento dalla sculacciata esasperata, non ho voglia di stare con i bambini, vorrei trasferirmi a Granada a produrre gelato artigianale.
E mi sento in colpa.

Arriverà, madri, uno di quei giorni qui. Per tutte, prima o poi.
Verso sera tutto diventa più grande e sembra più brutto e meno sopportabile.
Avrei bisogno di una parola gentile, di una pacca sulla spalla.
Oppure riguardiamo tutti insieme Frozen per la duecentesima volta e semplicemente lasciamo che venga domani.

Il bambino che parla col colore

Da qualche giorno ho notato un comportamento ripetitivo in Alessandro che mi ha subito incuriosito.
Visto che luglio quest’anno ha deciso di essere ottobre, ho comprato una scatola di pastelli colorati ai miei Piselli e ho stampato una marea di disegni da colorare per passare il tempo.
A terra rovescio tutti i pastelli della confezione, non intervengo mai nel loro gioco a meno che non siano loro a coinvolgermi, posiziono i fogli e la dinamica è sempre la stessa.
Ale prende il nero e il marrone, ciascuno in una manina e si mette a disegnare puntini sul foglio.
SEMPRE nero e marrone.
“Ma accidenti che colori tristi!” È la prima cosa che ho pensato.
Poi mi sono incuriosita per la ripetitività del gesto e mi sono chiesta se non nascondesse un messaggio.
È partita la ricerca compulsiva di informazioni.
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