Le cose che non ti aspetti

Sono momenti caotici, confusi, catartici a tratti, faticosi ma vivi.

Succedono cose su cose e mi sento come quando aspetto davanti alla giostra che il giro dei Cinni finisca. Li guardo girare e girare, mi gira la testa perché io sono ferma in realtà ma mi sento sempre un attimo in ritardo, li identifico sempre un secondo dopo di troppo, quando loro stanno già per passare e girare di nuovo.

Mi sento così, nell’affanno di raggiungere un obiettivo.

Mi sento girare, perdendomi dei lievi e impercettibili movimenti dei Cinni.

E così non vedo ad un palmo dal mio naso e assisto ad eventi che non mi aspetto perché forse ero distratta, I didn’t see that coming.

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Gli ultimi dei primi

Ogni madre che si rispetti (e che scarabocchia un blog) nelle ultime due settimane ha per forza scritto un post #backtoschool.
Se non lo ha ancora fatto è perchè, come me, il #backtoschool lo stava ancora aspettando con la bava alla bocca.
Un po’ schiumavo per il brivido di libertà, quella condizione di semilibertà vigilata (come l’ha definita benissimo la mia amica Lucia) in cui hai QUALCHE ora di tempo che tu definisci libero ma in che in realtà appena apri l’agenda/la porta di casa hai già capito che impiegherai per essere estremamente produttiva. Perchè adesso non hai più scuse.
Sì perchè prima potevi addurre ifinite scuse.
Il Cinno si sa che è per natura molesto, così che, 90 su 100, se tu stai caricando la lavastoviglie con zelo da chirurgo ….taaaac ecco il Cinno che puntualmente cerca di tagliarsi una vena col coltello sporco e quindi niente, chiudi tutto e riprova più tardi.
Sono certa che anche tu, madre, hai provato più volte a caricare la lavatrice in presenza di un Cinno e che l’impresa ti è sembrata parogonabile solo alla tela di Penelope…metti dentro una maglietta, Cinno tira fuori la maglietta, rimetti dentro la maglietta, Cinno ha rubato un calzino e un pantalone. Meglio darsi al girotondo.

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Compiti per le vacanze: siate la vostra prima fonte di ispirazione

Stamattina sono andata al mercato del paese, una di quelle abitudini triviali che mi mancheranno come l’aria a partire dalla settimana prossima, quando varcherò la soglia della mia nuova casa di città.

Ho fatto spesa dal contadino che ha il suo podere a qualche km; dal pescivendolo che si sveglia alle 3 del mattino per essere il primo sul molo di La Spezia a comprare direttamente dalle barche di rientro dal mare e poi caricare tutto sul furgoncino e portare a noi poveri abitanti di pianura il sapore vero del pesce fresco.

Ho salutato qualche conoscente, col mio passeggino carico di Cinni e sporte di plastica che si rompono al soffio del vento e pensavo a queste persone che mi hanno vista per tre anni ogni settimana col mio passeggino carico, arrivare e comprare da loro. Mi trattano come una di famiglia ma tra le chiacchiere non mi hanno mai fatto domande strane, di quelle che ti congelano il sorriso in faccia e ti prendono quei 20/30 secondi per formulare una risposta che non assomigli a “crepa-fatti i cazzi tuoi-ma come ti permetti”.

Ho provato ad analizzare il perché. Perfetti sconosciuti che annusano quello che possono e non possono, sanno fino dove arrivare con te, che in teoria non sanno nemmeno chi sei davvero. Perfetti sconosciuti a cui interessa solo il qui ed ora.
E ho trovato questa risposta: non ci sono aspettative secondarie reciproche.

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Ode alla lentezza

Perché in queste settimane il tempo mi sfugge, a volte anche il significato, mi sfuggo io.
Allora oggi mi prendo una pausa.
E la auguro anche a voi, una domenica lenta. Una di quelle dove riscoprire qualcosa che credevate perduto da tempo, una di quelle che comincia con una doccia ghiacciata, una di quelle dove si mangia in famiglia, magari al fresco, di tovaglie bianche e tavolate lunghe e grasse risate e tanta vita.
Ce lo meritiamo.

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