Mamme e lavoro, la storia vera

Fare un figlio non è stato proprio un atto casuale per me.

Io un figlio lo volevo e ho deciso di averne uno in un determinato momento della mia vita.

L’atto casuale è stato semmai farne due in un colpo solo.

Avevo un lavoro. Bello, brutto, non stiamo tanto a sindacare.

Avevo un contratto a tempo indeterminato in un’azienda medio-piccola bolognese.

Se lavoravi bene, come ho sempre cercato di fare, avevi quello stipendio fisso. Se scaldavi la sedia, avevi lo stesso stipendio fisso. Uno di quei posti eterni, dove le persone ormai vanno a sedersi la mattina e si alzano la sera. I primi tempi ci credono pure, magari, nel poter fare la differenza, poi diventa come mangiare. Devi andarci e ci vai.

Io ci credevo ancora, perchè ero molto giovane, perchè ero fresca di università, perchè avevo voglia di imparare e di spendermi al 100%. Poi mi è passata, perchè al mio impegno seguivano solo calci negli stinchi e mi sentivo ogni giorno più persa.

Il mio futuro marito qualche mese prima aveva cambiato lavoro, sempre con un contratto a tempo indeterminato.

Avevamo una casa, due stipendi, un matrimonio da organizzare, perchè non provare ad avere un figlio?

A rimanere incinta ci ho messo pochissimo, a realizzare che niente sarebbe stato più come prima ci ho messo molto di più.

Ho scoperto che erano due gemelli dopo qualche settimana dalla linea doppia del test. Stavo parecchio male, avevo crampi e perdite, sono rimasta a casa dall’ufficio.

La mia capa, una donna, non ha commentato la mia gravidanza. Mi è sembrata abbastanza comprensiva, lei che non lo era facilmente e ho pensato di essere tutto sommato fortunata.

Solo che.

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La maternità non è un senso unico

Smettetela di dire che essere madre va in un sola direzione.

Davvero.

Fate il male delle donne, di quelle come voi, quel genere a cui dovreste essere legate per una questione quantomeno di empatia. Quelle che almeno una volta nella vita si sono sentite sminuite perché femmine, “tu non puoi alzare un peso del genere, faccio io uomo / tu non puoi prendere 2500 euro per un lavoro per cui sei più qualificata di un uomo perché non sei affidabile, vorrai figli, hai il ciclo, avrai una casa a cui badare e un uomo che vorrai seguire oltreoceano / tu non puoi giocare a calcio perché sei femmina / amore te lo apro io il vasetto che tu non hai forza“.

Quelle che una volta al mese danno la testa contro un muro e si fanno la giravolta ormonale come te, quelle che si chiedono ogni mattina se quella gonna o quel pantalone le fa il culo grosso, quelle che vorrebbero uscire struccate e sentirsi dire che sono bellissime. Quelle che camminano sempre sul filo del senso di inadeguatezza e tentano di stare più di qua che giù nel burrone perché non se lo possono permettere.

Quelle lì sono le tue sorelle.

Anche se non le conosci, anche se non saranno mai uguali a te, anche se la pensano completamente in modo diverso da te, quelle lì sono quelle che portano il tuo stesso peso incolpevole, quell’ombra che sono certa avrai sentito addosso anche tu, una volta, due, cento perché ci abbiamo costruito sopra millenni di società basata su quel fardello della supremazia maschile.

Certo, le cose sono cambiate, ci siamo evoluti, come no.

Allora smettetela, donne, di puntarvi il dito contro e fate la nostra magia.

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#EduchiAmo… tutti insieme, però

Prima di avere figli, ero la madre perfetta.

Autorevole non autoritaria, dolce ma non fessa, comprensiva ma decisa.

Avrei insegnato finalmente l’educazione ai miei figli, mica come quei piccoli vandali con cui ho a che fare tutti i giorni in giro: urlanti, scalpitanti, sfacciati, capricciosi, svogliati.

Avrei insegnato finalmente un po’ di amore per la cultura ai miei figli, mica come quei ragazzetti che mi si presentano a lezione vantandosi di avere preso 4 nel compito in classe e di non avere la minima voglia di recuperare “perché tanto non serve a niente”.

Poi ho avuto dei figli veri, in carne ed ossa.

Mi sono resa subito conto che la miriade di luoghi comuni e frasi fatte sul rapporto genitori-figli, beh, erano tutte vere. La saggezza popolare in supposte, insomma.

Non importa quante volte io debba ripetere che non ci si scanna per una macchinina: loro lo faranno una volta di più.

Non importa quante volte io gli dica che non ci si mettono le dita nel naso: loro lo faranno sempre e davanti a chi gli pare.

Ma quello che più di tutto mi è parso chiaro quest’anno è che non sono sola nel percorso impervio di educare dei piccoli uomini del domani.

Questo è stato l’anno dell’ingresso dei Cinni in quel magico carrozzone che è il mondo scolastico e questo è stato l’anno peggiore della mia vita con loro.

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C’era una volta una mamma…e poi alla fine son venuta fuori io

A 7 anni tagliavo i capelli a zero alle Barbie e le mettevo in fila tutte nude, i vestiti sparsi ovunque e guai a chi le rivestiva, ‘ste poverette.

A 13 anni la sola idea di avere un “fidanzato” fisso mi pareva una cagata pazzesca mentre le mie amiche non facevano altro che disegnare cuori e dire “per sempre” a scadenza bisettimanale.

A 15 anni ho giurato a me stessa che mai nella vita sarei diventata madre o mi sarei sposata…che no, proprio non faceva per me quel binomio di femminilità all’ennesima potenza. Meglio prendere il motorino e andare.

A 20 anni sapevo di avere tutto il tempo del mondo per cambiare eventualmente idea ma tutto sommato anche no, potevo non pensare a domani e andare a sedermi in Piazza Verdi.

A 25 anni ho incontrato un uomo che ha cambiato tutto e tutto il bel castello, costruito in anni e anni di certezze indefinite e indefinibili come solo a vent’anni ti fai, è sparito.

All’improvviso sentivo il bisogno di essere parte di qualcosa, di definire, di pianificare, di pensare al dopo di adesso.

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#tiimmaginavopeluche…ma anche no

Sono cresciuta con un costante aneddoto, tipo sogno ricorrente.

Mia madre raccontava spesso che quando sono nata ero brutta ma così brutta che la prima volta che mi ha visto si è impressionata. Nera, cianotica, sporca insomma brutta.

Così i neonati li ho sempre immaginati così piccoli, brutti, neri, sporchi.

Naturale che non avessi una gran smania di diventare madre. Fino ai 25 anni andavo ripetendo a gran voce che mai mi sarei sposata e mai avrei generato uno di quei piccoli cosi. Ah, beata gioventù.

Quando sono rimasta incinta ma soprattutto quando ho saputo di aspettare due gemelli non mi sono focalizzata tanto sull’aspetto fisico quanto sulla questione caratteriale. Per natura, mi aspetto sempre il peggio da ogni situazione e anche se ci sto lavorando con tanto zelo, l’ormone maternità lì mi ha giocato brutti scherzi.

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