Mamme e lavoro, la storia vera

Fare un figlio non è stato proprio un atto casuale per me.

Io un figlio lo volevo e ho deciso di averne uno in un determinato momento della mia vita.

L’atto casuale è stato semmai farne due in un colpo solo.

Avevo un lavoro. Bello, brutto, non stiamo tanto a sindacare.

Avevo un contratto a tempo indeterminato in un’azienda medio-piccola bolognese.

Se lavoravi bene, come ho sempre cercato di fare, avevi quello stipendio fisso. Se scaldavi la sedia, avevi lo stesso stipendio fisso. Uno di quei posti eterni, dove le persone ormai vanno a sedersi la mattina e si alzano la sera. I primi tempi ci credono pure, magari, nel poter fare la differenza, poi diventa come mangiare. Devi andarci e ci vai.

Io ci credevo ancora, perchè ero molto giovane, perchè ero fresca di università, perchè avevo voglia di imparare e di spendermi al 100%. Poi mi è passata, perchè al mio impegno seguivano solo calci negli stinchi e mi sentivo ogni giorno più persa.

Il mio futuro marito qualche mese prima aveva cambiato lavoro, sempre con un contratto a tempo indeterminato.

Avevamo una casa, due stipendi, un matrimonio da organizzare, perchè non provare ad avere un figlio?

A rimanere incinta ci ho messo pochissimo, a realizzare che niente sarebbe stato più come prima ci ho messo molto di più.

Ho scoperto che erano due gemelli dopo qualche settimana dalla linea doppia del test. Stavo parecchio male, avevo crampi e perdite, sono rimasta a casa dall’ufficio.

La mia capa, una donna, non ha commentato la mia gravidanza. Mi è sembrata abbastanza comprensiva, lei che non lo era facilmente e ho pensato di essere tutto sommato fortunata.

Solo che.

Solo che poi inizi a fare due calcoli.

MM lavora 14 ore al giorno, sempre fuori casa con parecchie trasferte a settimana.

Io uscivo di casa alle 7,30 e rientravo alle 19,00 circa, ogni giorno, perchè il mio ufficio si trovava a 50 minuti di auto. Traffico, ogni giorno per 2 ore quasi, avanti e indietro.

Aiuti fissi – i nonni salva tutti – qui non ne avevamo e non ne abbiamo tuttora disponibili tutti i giorni, per tante ore.

Asilo nido? Da subito? Sì, potevo farlo, spendendo tutto il mio misero stipendio e aggiungendone anche qualcosa di MM perchè le ore da coprire andavano ben più in là dell’orario di un comunale. Sempre che al comunale si entrasse.

Ci ho impiegato 6 mesi a capire che dovevo rinunciare ad un pezzo di me.

E no, non è stato piacevole, è stato necessario, è stata la mia personale scelta.

Ho rinunciato a quel pezzo di giovane donna che cerca di farsi una posizione nel mondo del lavoro per vestire i panni della mamma 24 ore su 24. Perchè volevo essere presente per i miei figli, perchè non volevo rinunciare a vedere ogni minuto dei loro cambiamenti giornalieri, perchè mi sentivo pronta ad investire tutto in qualcosa di più grande di me – altre due vite.

Molto più terra a terra e meno luccichii amorosi: io guadagnavo molto meno del mio uomo. Io sono la mamma, io devo allattare, io sono sacrificabile per l’economia della famiglia, lui no. Che novità.

Non ho “perso” tempo, come qualcuno ama ricordarmi spesso.

Io non ho un buco di 3 anni nel mio curriculum.

Io ho investito questo tempo per specializzarmi nella mia professione, seguire corsi, imparare, per migliorarmi, per acquisire competenze trasversali e per esserci per la mia famiglia.

Oggi forse nessuna azienda mi assumerebbe a causa del mio cosiddetto gap di maternità ma io ho creato qualcosa da zero da libera professionista e lo sto facendo crescere con tanta fatica e tanto impegno, con tantissimi sacrifici e con un tempo dedicato contato perchè la mia famiglia resta una priorità, una mia scelta.

La situazione di noi madri in questo paese non è ancora così chiara a tutti, credetemi.

Leggo spesso articoli assurdi sulla presunta superiorità o meno della madre casalinga rispetto a quella lavoratrice, a settimane alterne. Certo, c’è chi denuncia qualche situazione di sopruso di cui è vittima, chi ci racconta di come riesce a conciliare casa e famiglia perfettamente, chi si convince che senza nonni non si può lavorare. Vogliamo parlare di chi si azzuffa sul web perchè mette alla gogna pubblica a turno chi lavora troppo o chi sta troppo coi figli? No.

Io questo mese vorrei concentrarmi sulla vera storia di come è andata quando avete scoperto di aspettare un bambino: lavoravate? e se sì, il vostro posto c’era ancora quando siete rientrate? avete dovuto cambiare completamente rotta e vi siete dovute reinventare da capo? ce l’avete fatta?

La situazione in questo paese è fatta delle nostre singole, piccole, parziali situazioni e io credo sia fondamentale che noi donne raccontiamo di più e lamentiamo di meno che nessuno ci capisce, che nessuno fa nulla per noi.

Parliamo, spieghiamo la nostra verità, come ci sentiamo, le scelte che facciamo.

Chiediamo quello di cui abbiamo bisogno, facciamo sentire la nostra verità e la nostra voce.

Solo così, a mio parere, arriveremo a capirci e a farci capire di più, a rispettarci di più, a giudicarci di meno e…no, non arriveremo alla parità di un bel niente ma almeno nessuno potrà più dirci che non ci abbiamo provato e che passivamente abbiamo accettato che le cose andassero così perchè così è sempre stato.

Raccontatemi la vostra esperienza in un post e taggate #workingmom e #StorMoms

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4 pensieri su “Mamme e lavoro, la storia vera

  1. mammaalcubo ha detto:

    Ho vissuto una storia simile con il secondo figlio. Finchè era uno solo sono riuscita a gestire il tempo pieno grazie all’aiuto dei nonni, che invece al secondo giro era col contagocce. Aggiungi che non dormivo quasi nulla, non mi hanno dato il part time e oltre al frugoletto urlante dovevo gestire il fratello alla materna, con marito in trasferta quasi perenne. Ma come dici tu non sono buchi nel curriculum, sono solo cambi di direzione. La strada la facciamo noi, con i nostri tempi e le nostre scelte.

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  2. Pensieri rotondi ha detto:

    Stimo chi, come te, sceglie i figli. Nonostante la situazione italiana. Molte donne hanno paura a fare solo le madri. Hanno paura di perdersi.. Ti vedono, apprendono che stai a casa, ti dicono “che fortuna! Potessi io!”. Poi gli fai fare due conti (quelli che, giustamente, hai fatto tu): “Ma scusa, quanto spendi per nido e macchina per andare in ufficio?”. Allora alla fine lo ammettono: “Sì, a fare la mamma non ce la farei mai.” Io credo ci sia molta disparità tra i due sessi, inutile dirlo, ma anche in senso positivo: è un privilegio poter portare in grembo, dare alla luce e allattare, ed è un privilegio essere tutto il mondo per tuo figlio. Chi se ne rende conto, e “rinuncia” al resto per vestire questa parte della vita, secondo me fa un grande dono a sé stessa, non solo al figlio e alla famiglia. Il grande problema però della disparità è che chi ha il coraggio di questa scelta poi rimane lavorativamente fregato. Io spingerei più sulle politiche di rientro al lavoro, di garanzia del posto, ma dopo i primi anni del figlio, piuttosto che sugli aiuti per il nido o simili. Insomma avrai capito: io sono una mamma a tempo quasi pieno, tre figli, tanta scrittura, infinite gioie, enormi scleri. Piccole prospettive. Ma va bene.

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