Quando la mamma non dorme

Anno nuovo, appuntamento fisso.
Giovedì, giorno della nostra psicologa Chiara che oggi ci dà una mezza sberla per svegliarci dai torpori delle vacanze di Natale.
Non vi dico niente prima, leggete e ditemi la vostra, dopo.

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Carissime mamme,

dopo anolini, panettoni, torroni e chi più ne ha più ne metta sono tornata!

Le feste non sono state solo occasione di scambio di auguri: quale migliore opportunità per osservare le dinamiche familiari ed educative delle coppie di amici e parenti???

Si, lo so, è deformazione professionale; ma da queste naturali osservazioni ho colto alcuni spunti per il primo post del 2015!

Dopo aver affrontato l’insidioso tema dell’addormentamento e dei risvegli notturni dei vostri piccoli mi sono chiesta: la mamma come vive gli arretrati di sonno? Quali vissuti accompagnano le sue giornate? Ne risente la vita di coppia?

ONNIPOTENZA E OCCHIAIE

“Specchio specchio delle mie brame chi è la mamma più brava del reame?”

“Ma sei tu mia bellissima ed efficientissima mamma!”

Ecco il dialogo fantasmatico tra un’aspirante super-mamma e il suo specchio magico.
Benissimo, ora però torniamo alla realtà.

Nessuna donna nasce con il marchio di mamma DOC: diventare mamma è un’esperienza che si costruisce nel tempo e nella relazione con il bambino e le persone importanti della nostra vita.

Allora perchè soprattutto nel mondo occidentale una mamma che chiede consiglio o aiuto è considerata meno capace? O meglio perchè chiedere aiuto ci fa sperimentare un sentimento di inadeguatezza?

Buona parte delle fantasie sulla gravidanza risentono delle caratteristiche della nostra struttura sociale. L’individualismo con i suoi ideali di autonomia e indipendenza, promuove l’immagine dell’adulto come di un soggetto che deve muoversi con le proprie gambe, a debita distanza dalla famiglia di provenienza.

La mamma individualista non lascia il suo piccolo ai nonni in pensione, al massimo prende una baby-sitter. É quella che di fronte ad ogni consiglio della sua stessa madre si sente infastidita, perchè ogni suggerimento anche se basato sull’esperienza è sperimentato come un attacco alla propria innata competenza materna. Figuriamoci poi se fosse lei a chiedere a sua madre un’ora di aiuto per una meritata doccia o un agognato pisolino: significherebbe alzare la bandiera bianca e annunciare la propria sconfitta.

Tali mamme sono ancora più appesantite nel caso di rapporti non idilliaci con la propria famiglia di origine o con quella del partner. In questi casi il bambino assume le sembianze di un trofeo da contendersi, il cui possesso determina la sconfitta di coloro che sono rimasti a mani vuote.

E allora mai e poi mai vi darò mio figlio, nè accetterò i vostri consigli perchè dietro ogni scelta si nasconde l’implicita mia vittoria e vostra sconfitta.

Da queste parole emerge come la maternità sia strettamente legata ad un sentimento di potere che può arrivare alle porte dell’onnipotenza: io sono perfettamente capace di fare fronte ad ogni cosa riguardi mio figlio e di fronte alle difficoltà non ho bisogno di nessun aiuto.

L’onnipotenza, intesa come potere di fare tutto, senza alcun limite, è direttamente proporzionale alle occhiaie materne?

LA MAMMA DOC E I SENTIMENTI NEGATIVI

La mamma DOC, oltre a credersi perfettamente capace di farcela da sola, crede anche che non siano ammessi sentimenti negativi nei confronti del proprio bimbo. Quel meraviglioso angelo che di giorno dorme sonni tranquilli, di notte si trasforma in “piccolo esorcista” succhiandoci ore di sonno a non finire. Ma, nonostante ciò, la mamma DOC non si deve permettere di lasciare piangere suo figlio nè di pensare che “forse quella notte era meglio andare al cinema” senza generare al suo interno senso di colpa. Figuriamoci poi se si lasciasse andare a confessioni di rabbia o seccatura per il figlio che ogni mezz’ora si sveglia!

La mamma DOC non deve lasciare trapelare nessun vacillamento. Va tutto benissimo! É tutto perfetto anche se è da una settimana che non entra in doccia, non dorme, non ha appetito (o ne ha troppo) e non riesce a concedersi spazi per sè.

Ma non importa, perchè lei ha la fascia di mamma DOC e non ha bisogno nemmeno di dieci minuti per sè (siano essi usati per espletare i propri bisoni che per mettersi lo smalto alle unghie).

Tutto è concentrato sul bambino, sul suo problema nell’addormentamento o nei risvegli notturni.

La giornata è vissuta pensando a quali strategie adottare nella prossima nottata. Non può permettersi di distrarsi un attimo dal “problema” e soprattutto nessuno deve sapere che non sa più che soluzioni estrarre dal cilindro magico.

In tale modo la mamma DOC vive ogni giornata con un carico tale da annebbiare già nelle prime ore del mattino qualsiasi capacità di problem-solving: si offuscano i sentimenti, si escludono le soluzioni che chiamano in causa altri attori e si rimugina.

Quello che prevale è la testa, la razionalità. E dei segnali del corpo cosa se ne fa?

Assolutamente nulla! Si scarta ogni segno di batteria scarica. Tuttavia dimentica che la maggior parte dei nostri messaggi sono comunicati attraverso il linguaggio non verbale e che i bambini anche molto piccoli sono attenti e responsivi a tali messaggi.

La mamma DOC crede di farla franca, di indossare una maschera capace di nascondere i sui veri vissuti e sentimenti, dimenticando che il suo bambino è capace di sintonizzarsi sulle sue frequenze.

È come se fosse divisa in due parti. Robert Laing, psichiatra scozzese, parla di un Io diviso in due parti: l’io corporeo e l’io incorporeo.

L’io corporeo è il centro del vero io, quello che si crea nelle relazioni quotidiane fatte di esperienza.

L’io incorporeo invece opera solo a livello mentale, come un osservatore distaccato, che non partecipa direttamente alle attività del corpo: le sue funzioni sono quelle di osservazione, controllo e critica di ciò che il corpo fa e sente. L’io incorporeo crede di potersi creare internamente un mondo fatto di rapporti con persone e cose senza la necessità di relazionarsi concretamente con queste. Detesta tutto ciò che viene detto o fatto dall’io corporeo, che viene vissuto come il centro di un falso io.

Il senso di onnipotenza dell’io incorporeo è ampio: si sente così sicuro, isolato dagli altri e quindi libero, autosufficiente e controllato.

Tuttavia il progetto dell’io incorporeo è pressoché impossibile da realizzare senza ripercussioni disarmoniche sulla persona; ne consegue disperazione oltre ad un senso estremo di futilità. Il mondo interno si impoverisce sempre più portando l’individuo a sperimentare un senso di vuoto.

CONCEDIAMOCI GLI ERRORI, NON FACCIAMO STRONZATE!

Ci autorizziamo a fare degli errori? Oppure crediamo, come la mamma DOC, che il nostro essere mamma ammetta solo un campo sgombro da errori?

Harry G. Frankfurt, filosofo statunitense, suggerisce una differenza tra errori e stronzate.

Secondo l’autore le stronzate sono dette da colui che non si interessa alla presenza o meno della verità: vuole solo impressionare il suo pubblico.

L’errore invece è un allontanamento da ciò che è ritenuto vero, giusto, normale. È uno sbaglio che consegue al fare.

Quindi chi commette un errore si allontana dalla verità/dal giusto nella maggior parte dei casi in modo non intenzionale, mentre chi dice stronzate non è interessato nè a dire la verità, nè a nasconderla, ma a conseguire i suoi scopi.

Se gli sbagli sono costruttivi perchè ci indirizzano verso la soluzione ottimale (“sbagliando si impara”) chi racconta stronzate può perdere la capacità di badare a come stanno le cose, a prestare attenzione ai messaggi dell’io incorporeo, tenendo in considerazione solo ciò che fa comodo al suo discorso.

L’io incorpreo e le stronzate vanno a bracciatto con qualcosa che le mamme conoscono bene: il senso di colpa. Una mamma DOC cerca incessantemente di farvi fronte: non posso lasciare piangere mio figlio, non posso confessare di essere stremata, non posso provare sentimenti negativi verso mio figlio, non posso entrare in doccia e lasciare mio figlio per alcuni minuti, non posso cercare sollievo nell’aiuto offerto dai nonni, ecc.

Ma badate bene che esiste una sostanziale differenza tra colpa e senso di colpa.

La colpa è la conseguenza psicologica dell’essersi comportati in modo da non potersi accettare; è qualcosa che nasce a livello interpsichico, cioè tra noi stessi e le norme del mondo esterno (firmare un contratto e non rispettarlo).

Il senso di colpa invece dipende da fantasticherie e idee personali, piuttosto che da reali comportamenti: mi sento in colpa perchè affido mio figlio alla nonna per concedermi un’ora di sonno. È una sofferenza intrapsichica, un conflitto tra il proprio pensiero o comportamento e le fantasie che possediamo nel nostro caso sull’essere una brava mamma.

La mamma DOC la conosce bene!

dott.ssa Chiara Rainieri
Psicologa clinica e dello sviluppo
http://www.chiararainieripsicologa.it
info@chiararainieripsicologa.it

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Ecco, tipo che io sono frastornata dopo questa lettura.
Sì perchè devo fare LA confessione.
Sono stata una mamma modello “mamma DOC” per molto tempo.
Una di quelle che odiava l’aiuto altrui, l’avere gente per casa, il dover sorridere sempre e per forza a tutti se no eri quella che “poverina avrà la depressione post-partum, si vede”.
Una di quelle che malediva la sorte che mi era toccata. Due neonati in una botta sola con buona pace dei milioni di commenti che tuttora ricevo tipo:
“che fortunata, fa tutto in una volta sola così poi non ci pensa più”
“poverina, che faticata…ma chi l’aiuta? perchè ce l’ha un aiuto vero?!?”
“io non so come fai con due”

Poi mi sono come svegliata.
Un’epifania (per stare in tema di feste portate via…)

Ma questa è un’alttra storia di cui vi parlerò poi…

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