Viaggio nella pedagogia alternativa: l’asilo nel bosco

Ho iniziato da tempo ad interessarmi di pedagogia, ovviamente con il lavoro che faccio era imprescindibile, e la materia è veramente complessa, varia e da approfondire con cautela.

Tanto varia che nuove correnti di pensiero sono nate negli ultimi 50 anni e magari nemmeno ce ne siamo accorti.

Da genitori, a volte è difficile districarsi tra le offerte formative, la pedagogia che le sostiene, la struttura che accoglie e gli insegnanti o educatori che si prendono cura dei nostri figli.

Ho deciso di parlarvi, in due “appuntamenti” dedicati, di due modi diversi di vivere la scuola con cui mi sono scontrata-incontrata più recentemente: l’asilo nel bosco e la flipped class.

Partiamo subito con qualche informazione sulla “pedagogia del bosco” che sta prendendo piede anche nella mia città.

Cos’è, dove e quando nasce?

Il primo asilo nel bosco è nato negli anni ’50 in Danimarca ma nel giro di pochi anni nasceranno tanti asili di questo genere in tutto il Nord Europa.

Sono centri educativi dove la giornata è svolta principalmente all”aperto in qualunque stagione dell’anno (sì, anche in inverno!) e la cui filosofia si basa su principi ben definiti:

  • la natura come fonte inesauribile di gioco e stimolazione positiva nel bambino, che ne riconoscerà istintivamente il valore e imparerà a rispettarne i ritmi e la valenza per noi essere umani
  • il gioco libero, associato ad una routine quotidiana, come stimolo allo sviluppo delle relazioni sociali, della sicurezza e della fiducia in sé stessi anche in relazione alla possibilità di muoversi in libertà in uno spazio ideale come quello del bosco

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…e in Italia?

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E se i bulli fossero i genitori?

Ho guardato tutta d’un fiato la serie del momento “13 reasons why“, come tutti a giudicare dai post che vedo sui social.

Credo ci siano ragioni ben precise per cui questa serie ha riscosso così tanto successo e di certo è vero che negli ultimi anni tante delle serie tv prodotte abbiano raggiunto livelli di sceneggiatura e produzione migliori della maggior parte dei film girati quindi non c’è nulla di cui stupirsi.

La serie in questione non è priva di difetti, ci mancherebbe, ma ha il grande merito di portare ad una riflessione su temi che finora sono stati toccati in modi molto diversi da questo che risulta, di fatto, il più immediato.

Per chi vivesse in un universo parallelo e non sapesse di che sto parlando, evito spoiler ma vi basti sapere che la serie parla di una ragazza di 16 anni, suicida, che decide di lasciare delle cassette audio dove racconta i motivi che l’hanno spinta a compiere un gesto tanto disperato e farle avere a coloro che hanno contribuito a renderle la vita insopportabile.

In parole semplici può sembrare una commediola da teenagers, nel particolare mi ha colpito perchè mi ha costretta alla riflessione su un tema attuale come non mai. I casi di bullismo si sprecano nelle cronache dei nostri giornali, come se prima non esistesse un fenomeno del genere.

No, mi dispiace, c’è un po’ di bullo in ognuno di noi, fatto o subito.

Ci siamo passati in molti.

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L’amore ai tempi dell’asilo #2

“Mamma ho trovato una fidanzata”

“Ah, un’altra?”

“No Giulia”

“Non è più Giulia? Cioè l’hai cambiata?”

“Sì, mamma, perchè Giulia è monella e mi tratta male”

“Beh, allora hai fatto bene…e come si chiama questa nuova?”

“Anita. Perché Anita è bella, gentile e dice sempre grazie”

“Pure educata!”

“Sì mamma, è quella. E poi non mi picchia mai”

“…eh…sarebbe il minimo sindacale ma…”

Nella conversazione avvincente si inserisce Cinno R.

“Anche Alice non mi picchia. Nemmeno gli altri due”

“…in che senso? gli altri amici?”

“No, gli altri fidanzati”

“Ha 3 fidanzati? tu e altri due?!”

“Beh sì mamma, da solo non ce la faccio”

Chi ben comincia, è a metà dell’opera…

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Non ho figlie femmine

Non ho figlie femmine ma le avrei volute.

Ma oggi più che mai mi rendo conto che non sarei stata all’altezza.

Non avrei saputo come dire loro che possono fare e dire quello che vogliono perchè so che è una bugia. Non avrei saputo come difenderle da quella che sempre una realtà incontrovertibile.

Tu, mia non-figlia, non potrai mai fare quel che ti pare senza essere giudicata il doppio o meglio due volte. Una dagli uomini che nella migliore delle ipotesi, avranno paura della tua intelligenza. Una seconda volta, e molto più prepotentemente, dalle donne. Sì proprio le tue simili ti osserveranno e criticheranno ogni tua mossa, può essere anche senza la minima empatia.

Non andrai a scuola sentendoti esattamente come i tuoi compagni maschi, una persona che va a diventare grande, va ad imparare perchè da te pretenderanno una bravura innata, come se nel DNA femminile ci sia impresso chissà dove che tutto alle femmine venga spontaneo, che tu capisca al volo, che per te le astruse formule di matematica o la poesia da parafrasare siano una passeggiata perchè le femmine sono SEMPRE brave.

Non riceverai una macchinina in regalo per il tuo terzo compleanno, nemmeno se ti piace far girare le ruote perchè è un regalo da maschi e le femmine amano i glitter, SEMPRE.

Non ti puoi vestire tutta di blu a meno di non avere i capelli lunghissimi, che non si sa mai al parco ti scambino per un maschio e questo sia fonte di vergogna altrui, del poveretto che sbaglia pronome perchè sono sicura che a te non te ne fregherebbe proprio nulla se puoi sporcarti, correre e giocare libera.

Non ti pagheranno allo stesso modo per un lavoro, uno qualsiasi.

Non diventerai mamma senza che tu venga considerata una santa, un’icona e quindi una che da quel momento in poi deve immolarsi ad una causa superiore. Non sarai più donna ma un agglomerato di stereotipi che ti staranno strettissimi ma che accetterai per non discutere sempre, perchè sarai stanca anche solo ad immaginare un mondo dove la maternità non sia nulla più di quello che è, scarica da tutte le aspettative altrui.

Non potrai vestirti come ti pare, ti sembrerà di sì ma ti proveranno mille volte il contrario. Sei troppo vestita, che donna rigida. Sei troppo poco vestita, che donnaccia volgare.

Non potrai dire quello che ti pare, ti sembrerà di sì ma ti proveranno mille volte che poi se ne pagano le conseguenze.

Ti insegnerei le parole lotta, parità e felicità a colazione e ti caricherei di aspettative di essere migliore di me prima di andare a dormire.

Ti chiederei di fare danza, dando per scontato che sei femmina e quindi la adorerai.

Ti chiederei di essere più forte, sempre e comunque.

Sbaglierei e tanto.

 

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A te

A te che oggi mi manchi e chissà se capirai che sei proprio tu.

A noi mamme che abbiamo tutte una persona così da qualche parte, nella nostra precedente vita da non mamme.

“Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.”

C. Bukowski